“Se sai vivere, vivi e condividi.” 

E questo è solo uno dei tanti consigli o insegnamenti che ci sono stati dati da Don Apollinaire durante l’incontro del sette gennaio. 

“Bisogna avere il coraggio di aiutare gli altri, iniziando anche dalle piccole cose. Solo il fatto di essere presenti al fianco degli amici, o dei bisognosi, nei momenti critici aiuta non solo gli altri, ma prima di tutto noi stessi”. 

Talvolta, dunque, è necessario fermarsi ad ascoltare, a comprendere e soprattutto ad amare colui che ci sta accanto, che questo sia un conoscente, l’amico di una vita o uno sconosciuto qualunque, è giusto riempire i suoi occhi di amore; qualsiasi buona azione si faccia si sarà sempre ricambiati: è “automatico”. 

Per quanto riguarda quest’ultimo proposito ci sarebbe molto da discutere, ma facendo un sunto della situazione si può dire che chiunque, al giorno d’oggi, dia qualcosa solo se sicuro di ricevere un ricambio. Così non è, però, Don Apollinaire, che, dopo l’inondazione avvenuta nella città di Zongo, sua città originaria in Congo, si è subito preoccupato di dare un aiuto ai poveri e abbandonati abitanti della zona. Infatti, la ricchezza economica non è un bene per il nostro ego, o perlomeno, non del tutto; ciò di cui si ha bisogno veramente è la ricchezza del cuore e dell’animo. Dobbiamo condividere noi stessi come ha fatto Dio: “Come fai ad amare il prossimo, se prima non ami Dio?” 

Per quanto riguarda invece la ricchezza interiore e non, in Congo esiste, nella maggior parte delle zone, una condizione di morte e miseria, anche se la situazione cambia da un luogo all’altro: infatti vi sono bambini e ragazzi che vivendo in zone più agiate, possono permettersi un’istruzione e altri invece no. Ciò, ad esempio per un adolescente Italiano, è dato per scontato, mentre per un ragazzo Congolose è un privilegio, il che è un concetto totalmente scorretto, poiché privare un bambino dell’educazione scolastica è un crimine, come lo è la discriminazione dei sessi. 

“Ama il prossimo come ai te stesso, ponendo al primo posto non la rete cellulare ma quella del nostro cuore”.